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Rapporto Bankitalia 2020, Maurizio Primanni sul risparmio gestito: “Dal 2010 a oggi crescita sostenuta”

Pubblicato il 1 Giugno 2021 alle 11:08

Ieri, lunedì 31 maggio, Bankitalia ha reso pubblico la sua Relazione annuale sul 2020, tema che già una settimana fa era stato al centro di un ‘affondo’ da parte di ‘Affari e Finanza’, l’inserto di Repubblica che viene pubblicato ogni lunedì, che aveva visto tra i protagonisti anche Maurizio Primanni, CEO di Excellence.

Nell’articolo intitolato “C’erano una volta i Bot people, ora le famiglie investono altrove“, gli autori Bonafede e Puledda avevano anticipato che nella relazione presentata dal Governatore Ignazio Visco non erano attesi cambiamenti di rilievo, ma che sarebbe stata certificata la definitiva uscita di quelli che un tempo furono chiamati Bot People:

Nel 2019 la quota di titoli di Stato acquistata dalle famiglie sul totale della loro ricchezza finanziaria era scesa a un misero 2,7% su un totale di 4.469 miliardi. Gli ultimi dati al terzo trimestre 2020 riportano una percentuale praticamente analoga: 3% su un totale di 4421 miliardi. E dire che un tempo l’amore degli italiani per Bot, Btp e Cct era assoluto: nel 1995 (quando i soldi valevano molto di più), i titoli di Stato detenuti direttamente dalle famiglie ammontavano a 336 miliardi, il 18,2% della ricchezza totale.

Per tutti gli anni 80 e primi 90 questi titoli avevano assicurato un rendimento sicuro, superiore alla pur alta inflazione. Poi il lento ma inesorabile declino e oggi l’espressione Bot-people non dice praticamente nulla ai giovani. La parte del leone nella ricchezza finanziaria degli italiani la fa adesso il risparmio gestito. Nel 2019 era già al 38,3%, e continua a salire. Soprattutto a partire dal 2012, mentre i titoli pubblici accentuavano il proprio declino nel portafoglio delle famiglie, il risparmio gestito – fondi d’investimento e riserve tecniche delle polizze vita – cominciava la scalata.

“Il risparmio gestito”, dice Maurizio Primanni, CEO di Excellence consulting, “complice il buon andamento dei mercati finanziari, è cresciuto tra il 2010 e oggi a un tasso d’incremento annuo sostenuto, pari al 5,17%. Contro un aumento della ricchezza finanziaria di soltanto l’1,84% annuo, e una diminuzione di quello amministrato pari al 2,17%. L’unica altra grandezza che è cresciuta molto è la liquidità con un più 3,12% medio annuo”.

“Ormai di fatto”, aggiunge Filippo Casagrande, head of Insurance portfolio investments strategy di Generali A&WM, “le famiglie italiane sono quasi allineate, quanto ad allocazione della ricchezza finanziaria, ai comportamenti degli altri cittadini europei. In tutta Europa c’è inoltre, nel risparmio gestito, una tendenza verso portafogli con profili di rischio più elevati prendendo in considerazione sì asset liquidi, ma anche scoprendo le asset class illiquide (private debt, infrastrutture e private equity) che, nel passato, erano inaccessibili per il retail”. Tuttavia, se è vero che i Bot-people sono ridotti al lumicino, non è altrettanto vero che alla fine le famiglie italiane abbiano pochi titoli di Stato in portafoglio. Ne possiedono ancora ma non lo sanno: sono quelli che si ritrovano dentro le polizze vita o i fondi d’investimento che hanno comprato. La Banca d’Italia lo sa bene e monitora costantemente l’allocazione delle risorse: l’ultima ricerca è uno studio del 2017 di Andrea Cardillo e Massimo Coletta, che hanno utilizzato la tecnica del look-through (guardare attraverso, appunto). Il risultato è che nel 2016 il 42,4% degli investimenti del risparmio gestito era relativo a titoli di Stato italiani, e poiché il risparmio gestito rappresentava il 34% della ricchezza finanziaria delle famiglie, di fatto il 14,4% di questa ricchezza era costituta da questo asset. Aggiungendo il 3,1% comprato direttamente, si arrivava al 17,5%. Da allora Bankitalia non ha più reso noti questi dati, anche se li tiene sotto controllo. È comunque lecito immaginare che, per via della continua diversificazione dei portafogli, il peso di Bot e Btp sulla ricchezza delle famiglie, anche attraverso il risparmio gestito, sia sceso ulteriormente. Se l’era dei Bot-people è finita e non sono stati (finora) sufficienti i titoli creati ad hoc come i recenti Btp Futura per attrarre nuovamente folle di risparmiatori retail, da qualche anno è — per fortuna dell’Italia — cominciata l’era della Bce, che ha acquistato e sta acquistando titoli per il tramite di Bankitalia. Con un debito pubblico sulle spalle di 2.643 miliardi al febbraio 2021, di cui 2.274 in titoli obbligazionari, lo Stato italiano ha trovato un valido acquirente nella Bce, che al febbraio 2021 ne detiene 573 miliardi. Le banche italiane hanno in pancia 413 miliardi, le assicurazioni 340 mentre 156 sono quelli di persone fisiche e società non finanziarie. La quota maggiore, 719 miliardi, pari al 27%, è ancora in mano a investitori non residenti in Italia (sebbene alcuni siano italiani “esterovestiti”). Nella big picture dell’ultimo quindicennio, quanto ad acquirenti dei titoli, tutto è cambiato per l`Italia. C’è stato il crollo del ruolo delle famiglie, ormai marginale; l’emersione di un nuovo soggetto dalle spalle larghe, la Bce; un drastico ridimensionamento della quota estera, scesa da 50 al 27%, e una forte crescita delle banche, passate dai 150-170 miliardi detenuti nei primi anni 2000 ai 413 di oggi; infine un aumento della quota delle assicurazioni.

Il grande appoggio avuto dalla Bce, che con i suoi acquisti ha tenuto e tiene più bassi i tassi oltre che rappresentare un acquirente regolare che stabilizza i programmi d’emissione del governo, pone il problema di cosa accadrà se e quando questi interventi dovessero finire. “Ci sono due programmi”, ricorda Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte Sim, “uno è il Pepp, il piano d’acquisto pandemico che dovrebbe scadere nel marzo del 2022. L’altro, il Pspp, che non ha scadenza ma che al momento ha un limite di 20 miliardi al mese per il complesso dei Paesi dell’Eurozona. Le due misure, se sfruttate insieme e per intero, potrebbero portare la Bce a detenere fino a 750-800 miliardi da qui al marzo del 2022. Finito il Pepp, In caso di necessità, comunque, la Bce ha sempre la possibilità di incrementare il plafond del Pspp assicurando protezione a tutti i Paesi». Quindi lo scudo Bce basterà a tenere l`Italia lontana dai guai? “Di certo la Bce”, aggiunge Cesarano, “ci dà un orizzonte temporale di stabilità, tenuto conto che i titoli in scadenza acquistati con il Pepp saranno reinvestiti in titoli analoghi (nel caso italiano in Btp) almeno fino alla fine del 2023. Però, perché il debito italiano possa essere percepito come sostenibile, saranno determinanti gli investimenti del Recovery Plan, che sono finalizzati ad aumentare il denominatore nel rapporto tra debito e Pil. La prova del mercato, alla fine, sarà questa”.

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